Non dialetto ma lingua madre Stampa

 

L'Idioma siciliano

All'insegna della sicilianità il meeting del Lions Club Catania Est

Dedicato alla natura “multiculturale” della lingua siciliana si è svolto presso la Sala Poseidone dell’Hotel Nettuno di Catania, il meeting organizzato dal Lions Club Catania Est.

La giornata, è stata un’occasione per valorizzare la sicilianità e il dialetto siciliano, quest’ultimo, ampiamente trattato durante la conferenza che ha avuto per tema: “L’idioma siciliano non dialetto ma lingua madre”.  Guidati dal cerimoniere Maurizio Ferro, i relatori hanno a turno esposto i loro excursus.

Il primo a prendere la parola è stato il Presidente Antonino Nicolosi, che ha spiegato la finalità dell’incontro. Come egli stesso ha affermato, infatti, “Ciò che sta a cuore ai soci è la valorizzazione e la promulgazione del’idioma isolano, promuovendone un uso intelligente e non volgare.

Il siciliano è spesso inteso come una restrizione culturale, relegato all’uso del basso ceto. Si ricerca quindi, – continua Nicolosi - un rispetto del dialetto e un innalzamento dello stesso, magari portandolo tra i banchi di scuola e tra le materie di studio. Per far ciò, è emblematica la storia del nostro idioma, ricca di invasioni e di prestiti che l’hanno contaminato ma non estinto”.

Grazie alla relazione della Prof.ssa Angela Sartorio, docente di materie umanistiche, sono state esposte le “radici filologiche e culturali della lingua siciliana”, attraverso un excursus storico e linguistico e le slide proposte  dalla relatrice, sono stati presentati elenchi di termini prelevati dalle lingue dei popoli dominatori.

Si pensi, ad esempio, che dalla lingua greca derivano i termini ammuru, babbu, basilicò, bummulu, cirasa, lippu; dall’affinità tra Latini e Siculi, quest’ultimi si sono impadroniti dei vocaboli come antura, cucuzza, fungiu, inzemuli; o ancora dall’arabo si riscontrano azzizzari, bizzeffi, calia, gebbia, giummu.

Con l’arrivo in Sicilia dei Normanni, l’idioma isolano si arricchì ancora di più, rimanendo però come lingua parlata e incrementando l’aspetto scritto solo sotto gli Altavilla. Non bisogna infatti dimenticare l’apporto culturale dato da Federico II, sotto al quale si costituì la Scuola Poetica Siciliana (così il dialetto si specializzò come lingua letteraria). Tale organo permise un connubio tra la cultura dei regni del nord Italia con l’Isola, dalla quale uscivano personalità artistiche di spicco, incrementando  la promozione culturale siciliana. Nuove dinastie contaminarono la lingua indigena con termini quali acciuncari, arrancari, banniari, baruni, dal germanico e ancora abbuddari, agghiurnari, arriminari, buffetta, ciaramedda, scuscia dal francese angioino.

Mentre però l’arabo tramontava, il latino e il greco rimanevano dominio  di pochi dotti, il siciliano s’imponeva per la sua flessibilità e l’apertura, accettando anche dallo spagnolo termini quali cammareri, caponata, pignata, ruffianu, truppicari, zita. L’aspetto diacronico del nostro dialetto
è stato poi trattato anche dal Prof.re Rosario Leonardi, che attraverso i suoi anni di insegnamento e i suoi testi scritti, ha arricchito il proprio
curriculum.

Il professore, riprendendo alcuni dati forniti dalla prof.ssa Sartorio, ha evidenziato che l’idioma siciliano è una lingua a tutti gli effetti, parlata attualmente da circa dieci milioni di persone nel mondo, tra siciliani, calabresi, salentini ed emigrati. Partendo dal presupposto che la lingua è un linguaggio ufficializzato da una forza politica dominante e il dialetto viene invece subordinato da questa stessa forza politica, il siciliano ha rappresentato, prima, una lingua che godeva di un’ottima comprensibilità da Pesaro in giù, venendo, in un secondo momento, relegato a uno spazio socio-politico ristretto. Per far riconvertire tale ordine quindi si dovrebbe rivendicare il ruolo di lingua, cercando una maggiore autorevolezza del proprio idioma. Il relatore ha colto l’occasione per fare un accenno al Federalismo, collegandolo alla voglia di autonomia che ha la Sicilia.

Se solo il popolo siciliano partisse da una forma di federalismo perfetto, simile a quello degli Stati Uniti, si troverebbe una soluzione ideale, cercando
di sviluppare le vocazioni che l’isola raccoglie in sè.
Partire dall’idioma è fondamentale, perché esso ha saputo mantenere la sua fisionomia originaria, nonostante le diverse dominazioni susseguitesi;
ma soprattutto, perché esso ha caratteristiche proprie, quali la mancanza del futuro semplice o la posposizione del verbo (come lo stesso commissario Montalbano ci insegna!). Nel passato sono stati molti gli scrittori isolani, quali Martoglio, Verga, Tempio, Meli, Pirandello, che hanno scritto in italiano per motivi editoriali, ma che si sono sentiti sempre e solo siciliani; hanno portato con sè l’idioma siciliano nel loro tessuto cromosomico, permettendogli la carica passionale e creativa. Ma queste caratteristiche sono confermate dallo stesso dialetto che sprigiona forza emotiva nel solo pronunciarlo.

Basta sentire l’effetto di un semplice “Ti Amo”, accanto al prorompente sentimento del Ti vogghiu beni assai assai: già il raddoppiamento dei vocaboli
e di alcuni suoni risulta emblematico per tale conferma. Bisogna quindi eliminare il pregiudizio secondo il quale il siciliano sia la lingua delle cose futili e di poco conto, evidenziando invece, la poliedricità e la fertilità di questo dialetto.

La chiusura fornita dall’espressività di alcuni versi di Ignazio Buttitta, ha permesso all’attore Enrico Guarneri di riprendere la poesia per intero, aggiungendone altri, tratti dalla “Cavalleria Rusticana”. L’ospite ha concentrato la sua attenzione sulla forza che il “popolo” siciliano accoglie al suo interno; forza ritrovata nei secoli e riscoperta grazie alla voglia di mantenere le proprie radici identificative. Le verità assolute passano dal dialetto, tanto
che alcune locuzioni, quali ciatuzzo mio, sono intraducibili, per il carisma che emanano.

Lo stesso Buttitta afferma che “ un populu, diventa poviru e servu quannu ci arribbanu a lingua addutata di patri: è persu pi sempri. Diventa poviru
e servu quannu i paroli non figghianu paroli e si manciunu tra d'iddi”.

A Gianni Creati, socio e artista poliedrico, è stato invece dedicato il memorial, che il Club Lions Catania Est, ha quest’anno deciso di assegnare all’attore catanese Enrico Guarneri, personalità di spicco del teatro dialettale siciliano. L’incontro si è concluso con il conferimento del premio, una scultura creata dall’artista Dino Cunsolo che ha voluto devolvere il ricavato in beneficenza, e la consegna delle targhe ai relatori intervenuti.

Il presidente di zona Guzzetta è intervenuto infine a chiarire come la lingua siciliana presenti caratteri diversi in base alle differenti parti dell’Isola.
Questo non giustifica che l’uso del dialetto debba diventare un momento riduttivo, ma piuttosto promulgativo del patrimonio culturale siciliano. Il
processo di tale rinascita deve partire dalle nostre stesse radici.

Simona Lo Certo

pubblicato su L'Editoriale - Dicembre 2010